Cause condominiali,Responsabilità dei condomini

Impossibilità di testimoniare dei condomini nelle cause condominiali

martedì 20 Ottobre , 2009

Con la (relativamente) recente sentenza 23 agosto 2007, n. 17925, la Corte di Cassazione ha ribadito, senza nemmeno troppo argomentare, l’incapacità a testimoniare del condomino nelle cause che coinvolgono il condominio. Si tratta di una giurisprudenza assolutamente consolidata, che si fonda su due considerazioni.
Da un lato infatti l’art. 246 del codice di procedura civile prescrive che “Non possono essere assunte come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio”.
Ovvio è lo scopo della norma: il testimone non deve essere “interessato” all’esito della causa, cioè non devono dipendere per lui da tale esito né vantaggi né svantaggi. Chi ha invece un interesse all’esito della causa è quindi “incapace” di testimoniare, cioè si presume senza appello la sua inattendibilità e quindi non si può nemmeno assumere la sua testimonianza.
Altro e logicamente successivo è il problema dell’attendibilità del teste, che potrà essere valutato dal Giudice (ad esempio se una persona ha un incidente d’auto, il coniuge che era a bordo sempre che non si sia fatto del male potrà testimoniare, con quale attendibilità lo valuterà poi il Giudice, se sono in separazione dei beni, non potrà invece proprio testimoniare se  in comunione dei beni, perché in tal caso l’automobile è anche sua). L’altro cardine su cui si basa la tesi dell’incapacità a testimoniare del condomino è che il condominio non è un ente dotato di autonoma “personalità giuridica”, distinta cioè da quella di coloro che ne fanno parte. E’ cioè un semplice “ente di gestione” degli interessi comuni dei condomini (diversamente, ad esempio, dal rapporto di autonomia che intercorre tra una società di capitali e i suoi soci). Risaputo corollario di ciò è che il singolo condomino è legittimato ad intervenire a difesa di propri diritti, sia esclusivi che comuni, in una causa promossa dal condominio per mezzo del proprio amministratore ovvero a proporre appello avverso una sentenza sfavorevole.
Diretto è quindi il suo interesse nel giudizio ed inesorabile l’applicazione dell’art. 246 c.p.c. Peccato, perché le cause che vedono coinvolto il condominio si basano spesso su circostanze che solo l’amministratore o i condomini possono sapere, così che, se la loro testimonianza fosse ammissibile, la controversia sarebbe presto risolta. Poiché si tratta di un problema squisitamente processuale, si potrebbe a questo punto pensare che esso riguardi esclusivamente l’avvocato: errore, dato che è vivo interesse della parte in causa aiutare il tapino a vincerla, fornendogli quanti più elementi possibili. Vediamo  pertanto le residue possibilità di indicare testimoni utili. È anzitutto dato per scontato che l’incapacità concerna anche l’amministratore; ciò riguarda ovviamente l’amministratore attuale, ma non certo l’ex amministratore, che non ha più alcun rapporto con il condominio. Infatti l’incapacità a testimoniare deve essere attuale nel momento in cui il teste viene “escusso”, quindi non costituisce impedimento il fatto che questi abbia in passato svolto la funzione di amministratore del condominio parte in causa.
Ecco che, in casi estremi, l’amministratore potrebbe essere invitato a dare le dimissioni per acquistare la capacità a testimoniare. Potrà poi testimoniare il coniuge del condomino, purché non sia anch’egli comproprietario dell’immobile, ovvero qualsiasi altro parente e/o convivente, purché maggiore degli anni 14. Chiaramente occorrerà “fare i conti” con la minore attendibilità e importanza delle testimonianze su fatti riferiti anziché direttamente conosciuti. Preziosi potranno in molti casi essere i collaboratori dell’amministratore (ad esempio se presenti nelle assemblee ovvero incaricati di recapitare le convocazioni assembleari ecc…) e coloro che abbiano partecipato alle assemblee in qualità di delegati nei condomini.

Fonte: Newspages
Avv. Davide Civallero – Socio Ircat

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