Balconi e finestre

Responsabilità per le infiltrazioni d’acqua al balcone

lunedì 13 Giugno , 2011

La parte superiore dei balconi è di proprietà del proprietario del piano sovrastante e la proprietà della parte sottostante è del proprietario del piano sottostante, con esclusione di tali beni dal condominio, ne consegue quindi che in caso di infiltrazioni d’acqua al balcone sottostante la responsabilità e il conseguente obbligo di risarcimento dei danni è a carico del proprietario del balcone sovrastante.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione regolarmente notificato Chiara Damiano esponeva:

a) di essere proprietaria dell’appartamento sito al secondo piano del fabbricato di via Sambuco n. 59 di Voila;

b) che tra la fine del 1997 e gli inizi del 1998 si erano verificate copiose infiltrazioni d’acqua nell’appartamento di sua proprietà, provenienti dal sovrastante immobile di proprietà di Raffaele Serino, con danni al bagno padronale e di servizio, nonchè al soffitto del balcone, ove si era verificata anche caduta di calcinacci.

Deduceva che la responsabilità delle infiltrazioni era esclusivamente del convenuto, del quale chiedeva la condanna al risarcimento dei danni che “per mera economia processuale” quantificava nei limiti di L. 2.000.000.

Si costituiva il convenuto il quale deduceva che le lamentate infiltrazioni erano state causate dalla rottura accidentale di una tubazione di mandata dell’impianto idrico del fabbricato, con la conseguenza che la responsabilità era da attribuirsi esclusivamente al condominio CO.E.VO. del quale chiedeva la chiamata in causa, unitamente al suo assicuratore Unipol s.p.a..

Proponeva, quindi, domanda riconvenzionale per lite temeraria per un importo non superiore a L. 2.000.000.

L’attrice dichiarava poi che, successivamente alla notificazione dell’atto di citazione, la Unipol s.p.a. le aveva corrisposto la somma di L. 800.000 per i danni ai bagni; quindi limitava la domanda al risarcimento dei danni ai balconi.

Si costituiva il condominio CO.E.VO. eccependo la propria estraneità per i danni lamentati e la Unipol s.p.a. che confermava di avere risarcito l’attrice per i danni subiti per la rottura della tubazione condominiale di mandata dell’acqua.

All’esito della fase istruttoria il Giudice di Pace di S. Anastasia accoglieva la domanda, respingeva la riconvenzionale proposta, e, riconoscendo la esclusiva responsabilità di Raffaele Serino nella causazione delle infiltrazioni e dei conseguenti danni lamentati, lo condannava al pagamento, in favore di Chiara Damiano, della somma di L. 2.000.000, oltre interessi legali dalla domanda al soddisfo.

Respingeva, inoltre, le domande proposte dal Serino con la chiamata in causa del condominio CO.E.VO. e della Unipol s.p.a., condannando lo stesso alla rifusione delle spese processuali nei confronti di tutte le parti del giudizio.

Rilevava il Giudicante, in via preliminare, che il proprietario pro indiviso può agire in giudizio in rappresentanza della comunione e, nel merito, che la responsabilità del Serino, in relazione alle infiltrazioni dei balconi lamentate dall’attrice, era da ricondursi al principio, pacifico in giurisprudenza, per il quale la parte superiore dei balconi è di proprietà del proprietario del piano sovrastante e la proprietà della parte sottostante è del proprietario del piano sottostante, con esclusione di tali beni dal condominio.

Sulla base pertanto della c.t.u. – fatta propria dal Giudicante – che aveva concluso ritenendo ” che la responsabilità delle infiltrazioni dai balconi debba ascriversi a carico di Serino Raffaele soprattutto per omessa manutenzione dei detti balconi, in quanto l’acqua piovana si infiltra attraverso il piano dei balconi stessi e, uscendo nella parte sottostante, determina danni al sottostante intonaco”, andava affermata la responsabilità del convenuto, con la condanna al risarcimento dei danni.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per Cassazione Raffaele Serino affidandosi a tre motivi.

Gli intimati non hanno svolto difese.

Motivi della decisione

Con il primo motivo deduce il ricorrente la “violazione e falsa applicazione dell’art. 1105 c.c. omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 n,3, 4, 5 c.p.c.”.

Rileva infatti che il primo giudice – in ordine alla sollevata eccezione di nullità e/o improponibilità della domanda per essere stata proposta da un solo comproprietario pro-indiviso dell’immobile danneggiato – ha erroneamente fondato il proprio convincimento sulla circostanza che è pacifico in giurisprudenza che il proprietario pro indiviso possa agire in giudizio in rappresentanza della comunione, omettendo di pronunciarsi sul denunciato conflitto di interessi esistente tra i comproprietari del bene danneggiato. infatti, secondo l’orientamento della Suprema Corte, il giudice, pur non essendo tenuto a prendere in considerazione tutte le risultanze processuali e tutte le allegazioni di parte, deve necessariamente indicare gli elementi di fatto sui quali fonda il proprio convincimento.

L’omessa indicazione di tali elementi non consente di individuare con chiarezza la giustificazione della decisione sul punto.

Con il secondo motivo denuncia la “violazione e falsa applicazione degli artt. 115 c.p.c. omesso esame su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 n. 3, 4, 5 c.p.c.”.

Rileva a tal fine che il giudice di pace ha violato l’art. 115 c.p.c. il quale prevede che il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti.

Il primo giudice, invece, violando tale principio, ha fondato il suo erroneo convincimento sul fatto pacifico in giurisprudenza che la parte superiore dei balconi è di proprietà del proprietario del piano sovrastante e la proprietà della parte sottostante è del proprietario del piano sottostante, con esclusione di tali beni dal condominio, omettendo di considerare che il ricorrente aveva fatto rilevare che vi era copertura assicurativa per tali danni, con la produzione della polizza assicurativa, e, quindi, omettendo di valutare e di pronunciarsi sulla allegata polizza, con la quale egli intendeva dimostrare la copertura assicurativa del proprio immobile sulla responsabilità civile per tutti i danni arrecati all’immobile dell’attrice.

L’omesso esame di tale documento da luogo ad un vizio di omesso esame di un punto decisivo ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c..

Gli atti di chiamata in causa del condominio CO.E.VO e della Unipol ass.ni s.p.a. erano, quindi, meritevoli di accoglimento.

Con il terzo motivo denuncia la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c. omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia ex art. 360 n. 3, 4, 5 c.p.c. Insufficienza della c.t.u.”.

Rileva a tal fine che il giudice di pace ha ritenuto il Serino responsabile dei danni causati ai balconi della Damiano “fondando il proprio erroneo convincimento sul fatto che il ricorrente nell’udienza del 19.5.99 aveva ammesso di avere causato i danni lamentati dall’attrice, ritenendo, quindi, che la relazione del c.t.u. era sufficiente a provare i suddetti danni, pur in mancanza della prova testimoniale posta dal codice di rito a carico dell’attrice”.

Sul punto rileva il ricorrente che il Serino nell’udienza suddetta aveva ammesso sì la responsabilità in ordine ai danni provocati all’immobile della Damiano, ma riferita a quelli provocati dalla rottura della condotta condominiale, la cui infiltrazione d’acqua si era propagata non soltanto ai bagni, successivamente indennizzati dall’assicuratore per conto del condominio, ma anche ai balconi.

La c.t.u. successivamente esperita, quindi, pur avendo accertato che i danni ai balconi erano stati provocati da acqua meteorica proveniente dal balcone del ricorrente ed i danni ai bagni dalla rottura della condotta condominiale, non poteva provare fatti e circostanze la cui dimostrazione è onere della parte che li allega.

Nella fattispecie concreta l’attrice avrebbe dovuto provare che i danni ai balconi non derivavano dalla rottura della condotta idrica condominiale, bensì da acqua meteorica proveniente dal balcone del ricorrente.

 

Il ricorso non è fondato e va, pertanto, rigettato.

In ordine al primo motivo nessun addebito può essere mosso alla sentenza impugnata, posto che secondo la giurisprudenza consolidata della Suprema Corte ” ciascun comproprietario, in quanto titolare di un diritto che, sia pure nei limiti segnati dalla concorrenza dei diritti degli altri partecipanti, investe l’intera cosa comune, è legittimato ad agire o resistere in giudizio, anche senza il consenso degli altri, per la tutela della cosa comune, nei confronti dei terzi o di un singolo condomino” (Cass. 10.5.1996, n. 4388; nello stesso senso Cass. 24.2.2000, n. 2106; Cass. 7.4.2000 n. 4345; Cass. 9.1.2002, n. 171); nè sussistono, nella fattispecie concreta, elementi che depongano per la sussistenza di un conflitto di interessi fra i comproprietari.

Con riferimento al secondo motivo è principio pacifico in giurisprudenza che la parte superiore dei balconi è di proprietà del proprietario del piano sovrastante e la proprietà della parte sottostante è del proprietario del piano sottostante, con esclusione di tali beni dal condominio (Cass. 30.7.2004, n. 14576); ne consegue che correttamente il primo giudice ha riconosciuto la responsabilità del Serino nella causazione dei danni al balcone della ricorrente.

Nè può dirsi che lo stesso abbia omesso di considerare che “il ricorrente aveva fatto rilevare che vi era copertura assicurativa per tali danni, con la produzione della polizza assicurativa, e, quindi, omettendo di valutare e di pronunciarsi sulla allegata polizza, con la quale egli intendeva dimostrare la copertura assicurativa del proprio immobile sulla responsabilità civile per tutti i danni arrecati all’immobile dell’attrice”, posto che la chiamata in causa, sia del condominio, sia del suo assicuratore si è puntualmente perfezionata nel giudizio.

Il terzo motivo di ricorso, da ultimo, attiene alla omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia.

In primo luogo non può parlarsi di omessa motivazione in quanto il giudice di merito ha indicato sul punto le ragioni del proprio convincimento.

Quanto all’insufficiente motivazione, il ricorrente non ha indicato in quali momenti dei passaggi argomentativi essa si concreterebbe.

Pertanto, attraverso la censura dell’insufficiente motivazione, si tende ad accreditare un’ipotesi ricostruttiva del fatto diversa da quella fatta propria dal giudice di merito.

In altri termini, il ricorrente qualifica come insufficiente la motivazione non persuasiva.

La giurisprudenza di legittimità, viceversa, ritiene in modo costante che la motivazione non persuasiva non per questo può essere qualificata come illogica, contraddittoria o insufficiente.

“Il controllo in sede di legittimità della adeguatezza della motivazione del giudice di merito non può servire, infatti, a mettere in discussione il convincimento in fatto espresso da quest’ultimo, che come tale è incensurabile, ma costituisce lo strumento attraverso il quale si può valutare soltanto la legittimità della base di quel convincimento, non consentendo neppure di valutare l’eventuale ingiustizia in fatto della sentenza” (Cass. 12.2.2000 n. 1595; Cass. 6.10.1999, n. 11121; Cass. 29.4.1999, n. 4347).

Nessuna statuizione deve essere adottata in ordine alle spese processuali non avendo gli intimati svolto attività difensiva.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Nulla spese.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2004.

Depositato in Cancelleria il 29 novembre 2004

 

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