Cassazione,Penali

Cassazione Penale, sez. V, 9 aprile 2014, n. 15906 (ud. 2 ottobre 2013), pres. Oldi – est. Guardiano – p.m. Izzo (conf.) – ric. R.e.

martedì 17 Giugno , 2014

Risulta conforme ai principi di adeguatezza e di proporzionalità la misura cautelare di cui all’art. 282-ter c.p.p., disposta imponendo all’indagato di atti persecutori, protratti per diversi anni ai danni di una condomina, di allontanarsi dal condominio in cui era ubicata la sua abitazione  e quella della persona offesa e di non comunicare con quest’ultima, tenuto conto del clima di violenza e di terrore mostrato nei confronti della vittima, che imponevano di allontanare l’indagato dal luogo in cui si erano consumate le condotte persecutorie.

Non può essere invocata la lesione del diritto alla genitorialità, quale conseguenza dell’impossibilità di continuare a vivere nell’abitazione familiare, insieme alle figlie in tenera età, in quanto la limitazione della libertà personale in sede cautelare trova la sua legittimazione nell’art. 13 Cost. che, nel circoscriverla entro limiti rigorosi, non prevede nessuna deroga (tranne l’ipotesi eccezionale dell’art. 275, comm 4, c.p.p.) in considerazione della condizione di genitore di prole minorenne del destinatario del provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria  (c.p. art. 612-bis – c.p.p., artt. 282-bis e 282-ter)

Stalking condominiale e misure cautelari

di Carmelo Minnella

La pronuncia in rassegna presenta affronta l’annosa questione di quali siano le misure cautelari idonee ad arginare la reiterazione di episodi di stalking condominiale. Sono sempre più numerose, infatti, le pronunce dei giudici di merito che per porre fine allo stillicidio persecutorio, applicano misure cautelari a carico del condomino indagato di atti persecutori. Anche nel caso giunto dinanzi alla Suprema Corte, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Forlì ha disposto il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle persone offese ex art. 282-ter c.p.p.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione l’indagato lamentando: 1) l’assenza dei gravi indizi di colpevolezza in quanto le condotte a lui ascritte non avevano carattere persecutorio ma si inserivano nel contesto di uno “scontro condominiale”; 2) la mancanza dell’esigenza cautelare di cui all’art. 274, lett. c, posta a fondamento del provvedimento restrittivo, in quanto si sarebbe trattato di condotte estemporanee; 3) l’illogicità della motivazione sotto il profilo dell’adeguatezza e della proporzionalità della misura cautelare applicata in quanto l’allontanamento imposto all’indagato dal condominio in cui viveva, unitamente alla sua compagna ed alle due figlie in tenera età, incide negativamente sul suo effettivo esercizio alla genitorialità, con conseguente violazione di principi costituzionali (artt. 29 e 2 Cost.) e di derivazione comunitaria (artt. 7, 9 e 33 Carta di Nizza) e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (artt. 8 e 12).

Di diverso avviso la Suprema Corte, secondo la quale dagli atti emerge che l’indagato, «per diversi anni, incurante perfino dei richiami dell’autorità amministrativa, ha continuato a perseguitare la persona offesa con numerosi atti di disturbo, offesa violenza gratuita, che hanno ingenerato nella donna uno stato di ansia, e, soprattutto, l’hanno indotta a modificare per svariati aspetti le proprie abitudini di vita».

Tali circostanze e modalità degli atti persecutori ben possono assumere, come correttamente affermato dal tribunale del riesame, valenza sintomatica ed indicativa (oltre che della gravità del reato commesso) della personalità dell’agente.

Ancora, ricordano i giudici di legittimità, che ben lunghi dall’essere considerate come condotte estemporanee – come sostenuto dal ricorrente – si è trattato un clima di violenza e di terrore creato perfino nel condominio, senza tralasciare l’accanimento mostrato nei confronti della vittima. Tutti elementi che imponevano di allontanare l’indagato dal luogo in cui si erano consumate le condotte persecutorie ai danni della condomina.

Per tali ragioni, la misura cautelare di cui all’art. 282-ter c.p.p., nella quale veniva imposto allo stalker di allontanarsi dal condominio in cui era ubicata la sua abitazione e quella della persona offesa e di non comunicare con quest’ultima, rispondeva ai principi di adeguatezza, senza che potessero essere invocata l’impossibilità di continuare a vivere nell’abitazione con le figlie.

Invero, la limitazione della libertà personale in sede cautelare trova la sua legittimazione nell’art. 13 Cost. che, nel circoscriverla entro limiti rigorosi, non prevede nessuna deroga in considerazione della condizione di genitore di prole minorenne del destinatario del provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria.

L’unica ipotesi nella quale la condizione di genitori di minorenni assume rilevanza ai fini dell’adozione o del mantenimento di misure cautelari è quella contenuta nell’art. 275, comma 4, c.p.p., che espressamente esclude la custodia cautelare in carcere nei confronti di una «donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole».

Solo in questo caso, infatti, il bilanciamento tra diversi diritti e interessi in gioco è spostato a favore del diritto alla genitorialità. Tale deroga comunque non è assoluta perché se vi sussistono esigenze cautelari di eccezionale rilevanza tale diritto dei genitore soccombe comunque e potrà essere disposta la custodia cautelare in carcere.

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Vi è da chiedersi quale sia stato l’esatto contenuto della misura cautelare applicata in quanto dalla lettura della pronuncia sembra evincersi che è stato disposto a carico dell’indagato il divieto di avvicinamento alla persona offesa, quindi la misura prevista e regolata dall’art. 282-ter c.p.p. Tuttavia, si parla più volte di allontanamento del ricorrente dal condominio, alludendo alla cautela descritta dall’art. 282-bis c.p.p..

Il divieto di avvicinamento ex art. 282-ter c.p.p. è stato introdotto dallo stesso decreto legge 23 febbraio 2009 n. 11 (convertito inlegge 23 aprile 2009  n. 38), quale misura cautelare ritagliata proprio per i fatti di stalking e risulta modellato sul paradigma già inaugurato dalla legge 4 aprile 2001 n. 154 per l’allontanamento dalla casa familiare (art. 282-bis c.p.p., che, al secondo comma,  prevedeva, quale misura accessoria all’allontanamento, proprio il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa).

La pronuncia in esame mette in luce i limiti applicativi del divieto di avvicinamento nei casi di atti persecutori consumati all’interno del condominio[1]. In questi casi, infatti, si pone il problema pratico per cui il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalle vittime condomine, in primis all’abitazione sita nel condominio e il divieto di avvicinamento dei condomini stessi comporta, nella sostanza, l’esigenza per lo stalker di lasciare il condominio, pena la violazione della misura cautelare.

Poiché allora l’esigenza primaria, ancor prima di vietare l’avvicinamento ai condomini, è quella di allontanare l’indagato dal contesto criminoso nel quale si sono consumate le condotte persecutorie, nei casi di stalking condominiale la misura più idonea a raggiungere l’obiettivo cautelare sembra essere quella regolata dall’art. 282-bis c.p.p..

In tale direzione si è mossa qualche pronuncia di merito[2] che ha applicato la misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare nei confronti di una condomina, la quale aveva, ripetutamente ed immotivatamente, molestato, insultato, minacciato ed aggredito verbalmente e fisicamente alcuni condomini, cagionandogli un perdurante e grave stato di ansia e di paura tale da ingenerare un fondato timore per la propria incolumità, inducendoli a modificare le abitudini di vita.

Il giudice cautelare ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza in quanto «le condotte contestate integrano certamente il reato di cui all’art. 612-bis c.p., configurabile, come recentemente affermato dalla Corte di Cassazione, anche con riferimento agli atti persecutori ai danni di più persone coabitanti nello stesso condominio e anche quando gli atti persecutori siano diretti singolarmente a persone diverse ma provochino uno o più degli eventi descritti dalla norma (ansia, paura, modifica delle condizioni di vita) a tutte le altre».

Nel caso di specie, la reiterazione costante delle condotte minacciose, ingiuriose, offensive dell’altrui reputazione, moleste in quanto invadenti la sfera personale, violente in quanto lesive dell’integrità fisica oltre che psichica, hanno dato origine ad un vero e proprio disegno persecutorio che ha determinato un disequilibrio psicologico nelle persone offese.

In quanto sussistente un concreto pericolo che l’indagata possa commettere altri delitti della specie di quelli per cui si procede, per fronteggiare l’esigenza cautelare di cui all’art. 274, lettera c), c.p.p., adeguata e proporzionata alle esigenze cautelari del caso concreto è sembrata essere una misura che allontani l’indagata dall’abitazione ove attualmente dimora e dai luoghi solitamente frequentati dalle parti offese, ossia dall’appartamento di loro proprietà ove sono domiciliati.

Per il G.I.P. di Milano, «la misura richiesta appare essere la più idonea a garantire le esigenze cautelari nel caso di specie, poiché solo l’allontanamento dell’indagata dalla casa da lei occupata può interrompere il protrarsi delle condotte moleste che la donna pone in essere, all’interno dell’abitazione o nelle parti comuni del condominio (rumori molesti, lancio di oggetti, urla con insulti e minacce, aggressioni fisiche e verbali) nei confronti dei condomini abitanti nell’appartamento adiacente al suo».

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Occorre, in definitiva, prendere atto che nelle ipotesi di stalking condominiale le difficoltà applicative della misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa e ai luoghi da questa frequentati ex art. 282-ter c.p.p., consiglia di applicare l’allontanamento dalla casa familiare al condomino indagato di atti persecutori. Anche perché l’applicazione congiunta delle misure cautelari ex artt. 282-bis e 282-ter c.p.p., come sembra essere avvenuto nel caso deciso dalla sentenza in commento, si pone in netto contrato con il divieto di cumulo di misure cautelari sancito dal Supremo Collegio nella sentenza 30 maggio 2006 n. 29907.

Secondo tale arresto, l’applicazione cumulativa di misure cautelari può essere disposta soltanto nei casi espressamente previsti dalla legge (artt. 276, comma 1 e 307, comma 1-bis, c.p.p.) non essendo altrimenti ammissibili né l’imposizione “aggiuntiva” di ulteriori prescrizioni non previste dalle singole disposizioni regolanti le singole misure, né l’applicazione “congiunta” di due distinte misure, omogenee o eterogenee, che pure siano tra loro astrattamente compatibili. Siffatta applicazione potrebbe infatti determinare la creazione, in un mixtum compositum, di una nuova misura non corrispondente al paradigma normativo tipico[3].

Si potrebbe obiettare che l’art. 282-bis c.p.p. non contiene l’espresso divieto di avvicinamento alla persona offesa ma solo i luoghi abitualmente frequentati dalla stessa. E la Cassazione ha specificato che l’indicazione dei luoghi determinati frequentati dalla persona offesa rimane invero significativa nel caso in cui le modalità della condotta criminosa non manifestino un campo d’azione che esuli dai luoghi nei quali la vittima trascorra una parte apprezzabile del proprio tempo o costituiscano punti di riferimento della propria quotidianità di vita, quali quelli indicati dall’art. 282-bis c.p.p. nel luogo di lavoro o di domicilio.

Quando, viceversa, «ed è situazione in genere ricorrente per il reato di cui all’art. 612-bis c.p., la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi, è prevista la possibilità di individuare anche la stessa persona offesa, e non solo i luoghi da essa frequentati, come riferimento centrale del divieto di avvicinamento. Ed in tal caso diviene irrilevante l’individuazione di luoghi di abituale frequentazione della vittima; dimensione essenziale della misura è invero a questo punto il divieto di avvicinamento a quest’ultima nel corso della sua vita quotidiana ovunque essa si svolga»[4].

Invero, questo schema salta nel caso di stalking condominiale in quanto la ricerca di contatto dello stalker alla vittima è perimetrata dai confini del condominio, all’interno dei quali si manifesta il campo di azione persecutorio del reo. Se ne trae, dunque, un’ulteriore conferma che in questi casi la misura primaria per apprestare la tutela cautelare ai condomini è quella di allontanare il condomino dal luogo da cui traggono origine, e al tempo stesso finiscono (con lo sradicamento di quest’ultimo dal condominio), gli atti persecutori[5]. Mentre il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle persone offese, quale misura accessoria all’allontanamento dalla casa familiare (art. 282-bis, comma 2, c.p.p.) consente di completare la tutela cautelare dei condomini vittime di stalking condominiale.

  Sentenza Cass. 15906-14 (1,1 MiB, 558 download)


[1] Già evidenziate dallo scrivente in Spazi sempre più ampi per lo stalking condominiale e la sua tutela cautelare, in Il Corr. Merito, 2013, n. 6, 661 s., in occasione de Il commento a G.I.P. Trib. Padova, 15 febbraio 2013, per il quale, «dopo una prima serie di condotte qualificabili come mere azioni di molestia o disturbo a danno di condomini, integranti la contravvenzione di cui all’art. 660 c.p., le azioni persecutorie hanno assunto le caratteristiche di quelle astrattamente previste dall’art. 612-bis c.p., poiché l’indagato ha volontariamente proseguito nella propria sistematica azione di molestia e disturbo, nonostante le numerose lamentele dei condomini e, per chi ha tentato di opporsi, è scattata la reazione minacciosa, diretta a questo o quel condomino, a volte a tutti indistintamente, comunque sempre con urla tali da farsi ben sentire da tutti, esternando, con assoluta sfrontatezza, il proprio programma criminoso, volto a intimidire e creare un clima di ansia e di paura, all’interno dell’edificio, nelle persone che vi abitano, va applicata all’indagato la misura del divieto di avvicinamento ex art. 282-ter c.p.p. per scongiurare il concreto rischio di reiterazione di reati della stessa specie o di commissione di delitti anche più gravi».

[2] G.I.P. Tribunale Milano, 10 dicembre 2012, in http://www.dirittoegiustizia.it (19 dicembre 2012) con nota di I. Meo, La vicina fa stalking e il giudice la sfratta.

[3] Si consideri inoltre che, come di recente affermato da Cass. pen., sez. VI, 28 marzo 2014, n. 14766, in Guida dir., 2014, n. 18, con la previsione dell’art. 282-ter c.p.p. il legislatore ha previsto una triplice modalità della fattispecie cautelare del divieto di avvicinamento che il giudice potrà considerare al fine di adeguare la tutela alle esigenze ravvisate nel caso di specie: quella del divieto di avvicinamento ai luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, quella di mantenere una determinata distanza da tali luoghi e, infine, quella di mantenere una determinata distanza dalla persona offesa. Mentre le prime due tipologie hanno come riferimento “determinati luoghi” fissando rispetto ad essi l’ambito nel quale l’inibizione è efficace, la terza, invece, si incentra sulla “determinata distanza” da tenere rispetto alla persona offesa. Il giudice ha quindi la possibilità di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’art. 282-ter c.p.p. alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a “determinati” luoghi, che è compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza.

[4] Cass. pen., sez. V, 27 febbraio-26 marzo 2013, n. 14297; Cass. pen., sez. V, 11 aprile 2012 n. 13568.

[5] Non sembra, in tal senso, potersi condividere una pronuncia, riportata in prima pagina, che ha applicato la misura ex art 282-ter c.p.p., vietando di avvicinarsi ai condomini vittima delle condotte moleste e persecutorie, aggiungendo il “divieto allo stalker di trattenersi negli spazi comuni del condominio: cfr., Corriere della Sera, 26 marzo 2013, Pianerottolo vietato allo stalker, di G. Ubbiali. La vicenda viene descritta a pagina 6, ove l’escalation persecutoria era connotata da appostamenti sul balcone, alla simulazione della voce della loro bambina, fino a parolacce, rumori molesti e sassi contro il cane.

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