Curiosità

Fondi di sostegno agli affitti per gli stranieri

lunedì 24 Settembre , 2018

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 106 del 2018, in tema di limiti agli stranieri per le case popolari in Liguria, ha determinato l’illegittimità di una norma (art. 11, comma 13 del decreto legge 112 del 2008), che fissava dei requisiti minimi, solo per gli “immigrati”.

Per poter accede al Fondo per il sostegno agli affitti, veniva imposto il “possesso del certificato storico di residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale ovvero da almeno cinque anni nella medesima regione”.

Previsione che integrava la legge n. 431 del 1998, istitutiva del Fondo Nazionale, presso il Ministero dei Lavori Pubblici, erogato di fatto dai Comuni, che possono concorrere con propri fondi, insieme alle Regioni.

I destinatari del fondo

In prima battuta, potevano godere dei contributi tutti i conduttori, con un contratto registrato, che presentavano un basso reddito e un’ampia incidenza del canone. La situazione di indigenza li metteva nella condizione di non disporre di risorse sufficienti a pagare.

Non vi erano distinzioni tra stranieri e italiani, in quanto, la funzione era quella di “rivolgersi a situazioni di così grave bisogno da compromettere la fruizione di un bene di primaria importanza qual è l’abitazione”.

La Corte di Costituzionale, restrinse la portata della norma, nel rispetto del principio di ragionevolezza dell’articolo 3 della Costituzione, in base al quale ogni distinzione deve essere giustificata.

Nel caso specifico, i dieci anni di residenza sul territorio nazionale o i cinque sul territorio regionale, rappresentano una durata irragionevole e arbitraria, in particolare perché il termine di dieci anni, coincide con quello necessario e sufficiente per richiedere la cittadinanza italiana.

Il ruolo dell’Europa

La normativa europea, prevede lo status di soggiornante di lungo periodo ai cittadini stranieri, che risiedano regolarmente in uno Stato membro da almeno cinque anni.

Questi soggetti, sono pienamente equiparati ai cittadini dello Stato membro in cui si trovano “ai fini del godimento dei servizi e prestazioni sociali”.

Anche la previsione dei cinque anni di residenza nella stessa regione è illogica, in quanto, se si cambia  regione si perderebbero i proprio diritti.

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