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Mobbing in condominio – Seconda Parte

domenica 3 Febbraio , 2019

Il ricorrente si rivolse alla suprema Corte, con apposito ricorso, sostenendo che la Corte d’Appello avesse “ escluso che l’impossibilità sopravvenuta delle prestazioni per motivi di salute fosse riconducibile ad una condizione patologica imputabile al datore di lavoro, trascurando di considerare una serie di fatti riconducibili all’osservanza di orari di lavoro eccedenti i limiti della legge n.66/2003; alla mancata fruizione delle ferie nella misura spettante; al pagamento di spese ingiustificate; tutte oggetto di discussione fra le parti e decisive ai fini della valutazione della ricorrenza del mobbing“, e che abbia sottovalutato le minacce e le violenze a lui rivolte dai condomini, così come emerse dalle testimonianze.

Inoltre, il ricorrente, sostenne che la Corte d’Appello metteva in risalto come “le condotte poste in essere dai condomini gravemente lesive dell’integrità psicofisica del soggetto, anche se atomisticamente considerate, implicavano il diritto del danneggiato al ristoro, sotto il profilo del danno biologico, morale, esistenziale.”

Concludendo

La Corte di Cassazione, nell’ordinanza n. 25872 del 2018 respinse le motivazioni del portiere, in quanto ritenne che il giudice di secondo grado avesse vagliato con attenzione tutto il materiale, valutando correttamente il diverso valore probatorio delle testimonianze e della documentazione prodotta.

La Corte d’Appello verificava adeguatamente le condotte dei condomini, escludendo che potesse configurarsi un comportamento mobbizzante, con conseguente condanna al risarcimento del danno. Si escluse dunque, il collegamento tra il mobbing subito e la sopravvenuta inabilità al lavoro.

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