condominio

STALKING IN CONDOMINIO

mercoledì 5 Febbraio , 2020

La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 1551/2020 confermava la condanna per stalking di un imputato, che nel ricorso puntava alla dichiarazione di nullità della deposizione della psicologa e delle persone offese oltre ad una rivalutazione delle deposizioni dei testimoni oculari.

Nonostante ciò la Cassazione confermava la sentenza della Corte d’Appello, perché la stessa non ha fondato la propria decisione sulla testimonianza resa dalla psicologa ma sulle dichiarazioni delle persone offese e dei testimoni oculari. Rileva inoltre come l’imputato sarebbe stato condannato comunque per il reato di stalking, perché lo stesso è integrato anche solo se le persone offese sono costrette a cambiare abitudini di vita.

Art. 612-bis c.p. – Atti persecutori

La Corte d’Appello a sua volta confermava la condanna del Tribunale per il reato di cui all’art 612 bis comma 3, 610, 61 comma 1 n. 2 c.p, a un anno di reclusione. L’imputato venne considerato responsabile di aver tenuto condotte persecutorie nei confronti delle parti lese e del figlio minore perché ha rivolto agli stessi frasi minacciose e ha impedito loro di entrare con la vettura nel garage di proprietà, perché si è rifiutato di spostare il suo mezzo parcheggiato proprio davanti l’ingresso del box.

La decisione della Cassazione

La Cassazione con la citata sentenza rigettava il ricorso; per quanto riguarda la deposizione della psicologa, la Suprema Corte chiarisce che in ogni caso nel ricorso l’imputato non ha indicato le ragioni per le quali le parole della psicologa siano risultate decisive. I giudici di merito indicarono come il semplice cambio di abitudini del nucleo familiare sia di per se sufficiente a integrare il reato di atti persecutori. Le persone offese e il bambino infatti sono stati costretti a passare dal retro dell’abitazione per evitare gli insulti dell’imputato ogni volta che rientravano in casa. Sul secondo motivo la Cassazione sottolinea il tentativo dell’imputato di far rileggere alla corte di legittimità le fonti di prova già vagliate in sede di merito e sulle quali la corte d’appello si è espressa con una motivazione priva di illogicità o contraddizioni. In pratica il corrente non censura una motivazione assente, contraddittoria o illogica, ma erronea secondo la sua ricostruzione dei fatti, chiedendo di sottoporre al vaglio di legittimità la rivalutazione del giudizio di credibilità dei testi, non consentita in detta sede.

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