Il bilancio del riscaldamento

La nuova norma uni 10200:2018

lunedì 24 Maggio , 2021

Capitolo 15 – “Il bilancio condominiale, il bilancio del riscaldamento, la ripartizione dei consumi fissi e dinamici”
Autore dott. Alberto Berger
Esperto in materia di amministrazione condominiale

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La “nuova” norma UNI 10200:2018, richiamata delle Linee guida per la ripartizione dei consumi di riscaldamento e acqua calda sanitaria, alle quali abbiamo lungamente fatto riferimento in questo documento nelle precedenti pagine, disquisisce a lungo su un criterio forfetario fisso del 30%, non adeguato o a rappresentare sempre e solo così la realtà dei costi fissi che in questa voce sono facilmente rilevabili nel bilancio condominiale.

Sempre nella citata pubblicazione delle Linee Guida per la Contabilizzazione redatta e pubblicizzata si legge all’art. 2, in una nota a commento:

Al momento il legislatore italiano con il Dlgs 102/14 (luglio 2016) e s.m.i. (art. 9, comma 5, lettera d)) prevede che “è possibile suddividere l’importo complessivo tra gli utenti finali attribuendo una quota di almeno il 70 per cento agli effettivi prelievi volontari di energia termica”. In altre parole, questo significa che la quota fissa non deve superare il 30%. Auspichiamo che il legislatore corregga presto questo evidente errore in quanto è palese che la possibilità di prevedere uno 0% di quota fissa non ha alcun senso ed inoltre una quota fissa del 50% in alcune realtà sarebbe più appropriata, senza che questo diminuisca in modo sensibile la motivazione ad un uso razionale del riscaldamento.  In edifici in cui le tubazioni di distribuzione del calore siano prevalentemente non isolate e di conseguenza una parte rilevante del consumo di calore non venga rilevata a causa delle dispersioni, il relativo consumo di calore degli utenti interessati può essere determinato secondo le regole della tecnica. I “costi fissi”, potranno essere ripartiti, a titolo d’esempio, secondo i millesimi riscaldamento, per m² o m³ utili oppure secondo le potenze installate.

1 Se si opera in deroga alla UNI 10200 (è richiesta specifica delibera assembleare ed eventuale “asseverazione di un tecnico abilitato”,  come attualmente previsto dal D.lgs. 102/14 e s.m.i., la quota fissa può essere al massimo del 30%.

Evidente quindi che sul tema della ripartizione dei costi fissi è intervenuta nel 2016 una notevole attenzione, ma spesso nulla è cambiato nei metodi “spiegati” e deliberati in condominio per la ripartizione del consumo di riscaldamento ed acqua.

LA MODIFICA DEGLI IMPIANTI DI RISCALDAMENTO NELLE UNITA’ IMMOBILIARI

È necessario, dice la legge, un progetto termico redatto da un professionista specializzato, da presentare in assemblea di condominio, che valuti l’incidenza delle dette modifiche (agli impianti in seguito alle diverse ed importanti ristrutturazioni in alcune unità immobiliari), sia nel fabbisogno teorico relativamente al prima ed al dopo l’intervento (alterazione), ma che certifichi anche che ciò non crea “squilibri termici” all’intero impianto.

In genere l’amministratore del condominio “deve” verificare tale relazione e non lo potrà fare se non appoggiandosi ad un consulente “del condominio” e quindi imparziale.

Ed ancora:

Per quanto si presumano di proprietà esclusiva del condomino le condutture che si addentrano nei singoli appartamenti, la trasformazione o la modificazione di tali condutture non può essere liberamente effettuata dal condomino, quando essa si traduca in un pregiudizio per gli altri partecipanti alla comunione modificandone i diritti. Pertanto, il condomino non può variare, aumentandola, la superficie radiante del proprio impianto di termosifone, collegato con l’impianto centrale. * Cass. civ., 17 maggio 1960, n. 1216. 

Ed ancora:

Per gli impianti che servono all’uso e al godimento comune, quali quelli per il riscaldamento, la presunzione di comunione opera soltanto per tutta quella parte dell’impianto che può ritenersi centrale e non anche per le condutture derivanti che, staccandosi dall’impianto centrale, si addentrano nei singoli appartamenti, in ordine alle quali vale, invece, la presunzione di proprietà esclusiva.

La trasformazione o la modificazione ditali condutture può essere liberamente effettuata dal condomino soltanto se non si traduca in un pregiudizio degli altri partecipanti alla comunione, il quale pregiudizio ricorre nell’ipotesi in cui uno dei condomini aumenti (o vari) la superficie radiante del proprio impianto di termosifone, collegato con l’impianto centrale di riscaldamento, oltre la misura prevista dal regolamento.

In tal caso, trattandosi di un’innovazione, che importa una modificazione dei diritti dei condomini, il consenso alla trasformazione delle condutture non può essere provato che mediante scrittura. * Cass. civ., 31 luglio 1958, n. 2812.

Nel caso di una tabella di ripartizione dei costi di riscaldamento, si è molto discusso, in sede di definizione normativa sulla necessità di prevedere tecniche e metodi che considerino il fatto che una ripartizione dei costi in base al “consumo volontario” incida troppo sugli appartamenti più esposti termicamente (ultimo piano e simili).

Il D.lgs. 102/2014 e successive modifiche, così come la norma tecnica collegata UNI 10200, impostano la questione prevedendo una ripartizione basata sulla somma del costo per il consumo volontario ovvero quello che dipende dall’utente che fissa la temperatura desiderata nei suoi locali, con il costo involontario, che dipende dalle perdite di calore nelle reti di distribuzione del riscaldamento ed acqua sanitaria e nel locale Centrale Termica.

Questa parte del calore generato riscalda sia gli spazi comuni (vani scale, cantine, ecc.) che gli alloggi: tuttavia in larga misura detto calore viene trasmesso all’esterno e quindi si disperde. Le opinioni divergono sulle modalità previste dalla UNI 10200 per ripartire detta dispersione tra i condomini che fruiscono del servizio di riscaldamento ed acqua sanitaria. Ed ecco che allora la UNI 10200 prevede che i consumi involontari siano ripartiti proporzionalmente al calore necessario per mantenere la temperatura di 20°C nei singoli alloggi, introducendo un nuovo metodo di calcolo dei millesimi calore basato sui consumi e non sulla superficie / potenza nominale dei radiatori installati nelle singole unità abitative;”

CHI ESEGUE LA RIPARTIZIONE DEI CONSUMI DI RISCALDAMENTO A FINE ESERCIZIO

Sottolineiamo la necessaria qualità da “richiedere” da parte del condominio prima di affidarsi a società incaricata alla ripartizione dei consumi:

  • Chiedere come l’identificazione dei radiatori (cosiddetta “mappatura”) verrà eseguita.
  • Farsi certificare la metodologia impiegata. Richiedere conferma scritta che i dati siano conformi ai valori di prove in laboratorio oppure, in caso di stime, come vengono effettuate e per quali radiatori.
  • Farsi consegnare la lista dei coefficienti K (kq e kc), necessari per ciascun radiatore per un corretto rilevamento dei consumi. Già questo permetterà all’utente di fare una verifica sommaria: 2 radiatori dello stesso tipo e dimensione dovranno avere un coefficiente K identico. Un radiatore, sempre dello stesso tipo e modello, ma di doppie dimensioni, dovrà avere un valore K doppio.
  • Se possibile, controllare le istruzioni di montaggio dei costruttori dei ripartitori: un “manuale” di circa sole 20-30 pagine che si riferiscono ai tipi di radiatori previsti per la scelta del modo di montaggio, indica in genere che pochi valori kc sono stati provati in laboratorio e quindi il coefficiente attribuito al radiatore specifico ha maggiori margini d’errore.
  • In alternativa, si potrebbe anche chiedere quanti valori kc sono stati certificati e chiedere una certificazione della corretta applicazione per tutti i radiatori nel condominio.

La stretta osservanza di questi pochi ma fondamentali criteri darà già una sicurezza fondamentale al cliente (p.es. condominio) sul fatto che colui il quale verrà incaricato per l’installazione dei ripartitori e per fornire i parametri essenziali per il corretto funzionamento, lo dovrà fare con la massima responsabilità.

Ma tutte queste “precise” indicazioni, frutto di convinzione professionale, non rappresentano certo una staticità nel tempo, ma il “seguire” quindi ogni cambiamento di calorifero o unità riscaldante nel tempo ad ogni ristrutturazione, quindi:

  • Chiedere, farsi consegnare, controllare, ecc. e poi si parla di pochi concetti, fondamentali, per una sicurezza al condominio

Ma chi è il garante di tutto ciò in un condominio se non l’Amministratore accompagnato eventualmente dai consiglieri. E non si può certo dire “non sapevo”, ma per fortuna molti amministratori oggi sono formati e molto attenti. Certamente tutti coloro che oggi con pazienza leggono questo documento.

Ed ancora nella Guida a lungo citata si  scrive:

Ripetiamo: il valore registrato (“unità di ripartizione”) del ripartitore deve essere moltiplicato con un coefficiente, chiamato K (= kq x kc) che viene determinato precisamente per ciascun radiatore.

Gli errori fatti in questa determinazione si ripercuotono quasi sempre e con la stessa entità direttamente sulla bolletta dell’utente.

Ed ancora:

Ma allora come può un professionista specializzato reperire questi dati essenziali per il funzionamento del ripartitore nel modo più affidabile possibile?

Molte grandi aziende che sono sul mercato da decenni hanno creato una propria banca dati che contiene decine di migliaia di tipi di radiatori.

Il problema è che, trattandosi di un loro Know-how molto prezioso, difficilmente esse renderanno pubbliche queste proprie banche dati per i ripartitori che non siano di loro costruzione.

Ma per fortuna sul mercato esistono software indipendenti che ottemperano a questa esigenza, senza la necessità di dover ricorrere a calcoli del tutto inaffidabili che comportano ingenti rischi di errori.

La banca dati dei software specializzati comprende i dati certificati di più di un milione di radiatori. E il numero cresce continuamente con i frequenti aggiornamenti.

Per ogni radiatore esiste un numero identificativo con il quale, in caso di necessità, si può risalire alla fonte della potenza nominale indicata (norme UNI EN, UNI, DIN, certificati di laboratori accreditati, ecc., ecc.).

Da qui con chiarezza, si sottolinea come molte aziende proteggono, oscurano, o confondano, anche chiamando generalmente con il termine “fattori” dei coefficienti che non si sa se si rifacciano precisamente ai valori K da loro stessi citati, quindi anche ai volari Kc e Kq, la esplicitazione dei valori che ritengono proprio know how protetto, ma è bene dire che esiste da parte dei produttori di “caloriferi” una banca dati in utilizzo da software specializzati, con i dati certificati dei radiatori.

Se cambiano i radiatori per ristrutturazioni, se vengono eliminati, se cambiano le loro dimensioni o marche o qualità, se ne deduce che CAMBIANO LE TABELLE PER IL CALCOLO.

Almeno, dovrebbe così essere.

In questo rapporto diretto tra radiatore e coefficienti K, perde il significato nativo e deve essere modificata, sia per il famoso coefficiente K da utilizzare per la ripartizione del consumo volontario “pesata” dalle caratteristiche del radiatore, sia per un rilievo del “fabbisogno” o “potenza nominale”, che entra nelle famose tabelle “Millesimali”, per la ripartizione dei così detti “fissi”.

Sulla disquisizione se le norme UNI 10200 siano applicabili o meno, di fatto, non si può negare che spesso i tecnici professionisti del settore si impegnino nel definire che “i consumi volontari siano ripartiti proporzionalmente al calore necessario per mantenere la temperatura di 20° nei singoli alloggi, introducendo un metodo di calcolo dei millesimi di calore basato sui consumi e non sulla superficie/potenza nominale”.

Così il 30% dei costi di produzione del riscaldamento a copertura dei costi fissi, per tabella millesimale redatta da un tecnico ci si riferisca ai corpi radianti installati nelle unità abitative e quindi al fabbisogno energetico e resa.

Vi è però da chiedersi come tecnicamente si esprime questa parametrizzazione e se non vari nel tempo in seguito alle “alterazioni” dei singoli impianti nelle unità immobiliari.

Spesso si legge nelle relazioni dei tecnici incaricati alla stesura delle tabelle millesimali di riscaldamento: “Nella tabella sopra riportata, per proprietà/unità abitative che non hanno previsto l’installazione di nuovi corpi radianti, la resa di quelli esistenti è stata leggermente maggiorata, tenendo conto dell’acquisizione di energia (calore) possibile dai locali non riscaldati nei confronti delle altre unità confinanti. Analogamente, per unità ove trovano installazione corpi radianti in tutti i locali, si è utilizzato un coefficiente leggermente diminutivo, tenendo conto della dispersione di energia (calore) ai locali confinanti non riscaldati.”

Anche qui mi si permetta di sottolineare come le espressioni di „leggermente diminutivo“ o „leggermente maggiorato“, siano per una relazione tecnica, molto approssimative e non valutabili.

E qui ci permettiamo di riportare una sentenza della Cassazione:

Ed in merito citiamo:

In tema di ripartizione delle spese del servizio di riscaldamento in un edificio in condominio, la qualità dell’uso che un singolo appartamento può fare del servizio stesso, a norma dell’art. 1123, secondo comma, c.c., va calcolata, ai fini della determinazione della spesa, in rapporto alla capacità potenziale di assorbimento, e cioè, in forza del fabbisogno obiettivo dell’appartamento stesso, secondo uno dei tanti criteri possibili (numero dei radiatori o delle bocchette, massa o superficie irradiante, superficie irradiata, cubatura degli ambienti, contatore, ecc.) con la conseguenza che procedutosi a tale determinazione del fabbisogno, non può apportarsi alcuna diminuzione alla correlativa spesa proporzionale per effetto di ragioni particolari (nella specie: temperatura degli appartamenti dell’ultimo piano del fabbricato inferiore a quella degli altri che determinano quel fabbisogno o che lo aumentano rispetto ad appartamenti di eguale estensione od eguale cubatura). * Cass. civ., sez. II, 4 agosto 1978, n. 3839.

Già qui entriamo in crisi con le “correzioni” se un tecnico cita nelle note della redazione della tabella millesimale del riscaldamento, dove per l’appunto si citano criteri correttivi applicati proprio per tenere conto di quelle ragioni particolariche la sentenza sopra citata ritiene inapplicabili.

Si parla di uno “status” delle unità abitative con determinati corpi di riscaldamento e di un fabbisogno energetico parametrizzato in relazione alla presenza di locali confinanti più o meno riscaldati o tenuti “freddi” in quanto appartamenti per “vacanzieri”.

Le configurazioni quindi degli impianti di ogni abitazione sono “influenzanti” i coefficienti di aumento o diminuzione utilizzati nelle sue tabelle.

Tabelle che quasi ovunque con tutte le variazioni poi intervenute negli anni hanno perso valore e reso non più conformi le stesse ai principi informatori di questi coefficienti allora utilizzati.

Spesso  nella relazione presentata da un  tecnico per i lavori già eseguiti e con un impianto quindi che rientra con le sue nuove caratteristiche nella ripartizione dei consumi del riscaldamento dal momento della ristrutturazione importanti, laddove l’amministratore condominiale si sia in tal senso impegnato nel chiederla,  per assurdo ma anche realisticamente, può essere cha questa ristrutturazione, ancorché eseguita con ampio utilizzo di intonaci strutturali altamente isolanti, o di pavimentazione eseguita secondo i criteri necessari per un riscaldamento a pavimenti, quindi anche qui più isolanti rispetto alla diffusione o dispersione termica verso appartamenti adiacenti di fianco o sopra e sotto, se portano beneficio in ottimazione dei consumi per il proprietario, possono far venire meno proprio questo effetto di “influenza” termica ai vicini, che come detto spesso sono stati alla base della prima tabella millesimale riscaldamento proprio nell’utilizzo dei così detti criteri correttivi per tenere conto dei “vicini” appartamenti e possibilità per “osmosi” di sentirne il caldo o il freddo come “influenzante” il fabbisogno termico di un appartamento adiacente.

Ancor più se il funzionamento del riscaldamento a pavimento ha un regime massimo di temperature dell’acqua che circola nell’impianto stesso a temperature ridotte di 40° rispetto ai cca. 70° nell’impianto condominiale nativo.

Impianto di distribuzione dell’acqua calda del riscaldamento che si sottolinea non è mai di proprietà del condomino, ma del condominio stesso e come rilevato anche dall’utilizzo di tabelle del “nuovo riscaldamento” condominiali a “Millesimi” adottate per la ripartizione del 30% dei costi attribuita ai costi fissi.

In relazione a questo preciso punto, riportiamo quanto scrive uno specialista di settore in Internet ad una precisa domanda in un contesto similare, dove, si è provveduto in due appartamenti ad installare impianti di riscaldamento a pavimento:

Studio Norassi & Giannatelli di Milano, studio di progettazione e consulenza nel settore termotecnico e prevenzione incendi – che ci ha illustrato quanto segue.

Dato che il condominio è degli anni ’60, si tratta di un edificio non coibentato, dove sono state da poco installate le valvole termostatiche ed i ripartitori per la contabilizzazione dei consumi termici per singola unità immobiliare. Certamente dal punto di vista del comfort termico e del benessere psicofisico, il riscaldamento a pannelli a pavimento – se realizzato a regola d’arte e utilizzando tutti i criteri oggi noti – ha degli innegabili pregi. E quindi in una casa nuova coibentata è certamente una scelta da privilegiare.

In un caso come questo, però, bisogna vedere quali sono le problematiche. Perché in questo caso ci sono e non sono indifferenti. L’impianto che si vuole andare a modificare era nato per lavorare in altre condizioni, cioè in una casa con muri con caratteristiche energeticamente vecchie, e già solo questo elemento da solo è sufficiente per sconsigliare l’intervento.

Si verificherebbe anche un problema di termoregolazione dell’acqua, che nei due impianti deve lavorare a temperature differenti. Con l’impianto a pannelli si dovrebbe aggiungere una centralina di termoregolazione che abbassa la temperatura media di utilizzo per i pannelli dell’appartamento specifico.

Per calcolare i consumi poi sarebbe necessario inserire un contatore diretto di energia sul circuito che serve l’appartamento specifico andandone a determinare la quota di energia utilizzata. Sulla base della norma UNI 10200 la contabilizzazione dei consumi, anche nel caso di impianti con terminali misti come quello prospettato, si riesce ad applicare.

Tabelle “modificate” con modifiche apportate da chi? Deliberate da chi?

Tra i costi fissi si comprendono genericamente anche i così detti “consumi della scatola condominiale”, che si iscrivono quindi alle “dispersioni termiche” dovute alla distribuzione verticale e orizzontale delle tubazioni nelle murature condominiali e nei pavimenti, ma anche alla “isolazione termica” delle caratteristiche costruttive dello storico caseggiato.

La mancanza del così detto “progetto termico condominiale”, ma la sola presenza di una sua tabella prodotta presumibilmente in passato da un tecnico, non permette in alcun modo di verificare su quale base tecnica e normativa sia stata formulata la tabella “utilizzata” ancora oggi, nonostante le importanti trasformazioni rilevate nel tempo nella configurazione degli impianti di riscaldamento nelle singole unità immobiliari.

Non potendo rilevare da un progetto il riferimento normativo, vale qualsiasi applicazione, come non applicazione di norme di riferimento al momento e poi storicamente. Siamo nella “non trasparenza”. 

Una cosa è certamente certa, che le marche dei ripartitori e quindi la loro caratteristica tecnica di prodotto, sono, perché devono essere conforme a norme CE e alle norme UNI EN 834, che parlano chiaramente di una fornitura di “unità di ripartizione” non di consumi in unità di misura termica, per una ripartizione proporzionale dei consumi di ogni unità immobiliare condominiale sul totale della produzione misurata dal totale di unità di tutti i ripartitori installati.

Va però anche sottolineato che per esempio nel riscaldamento a pavimento delle unità immobiliari che lo utilizzano, il sistema di rilevamento dei consumi avviene con unità di misurazione radicalmente diversa, cioè con misuratori che rilevano unità di calore consumata in unità di misura questa volta termiche.

Come confrontare quindi due gruppi di misurazione così diversi, uno per ripartizione percentuale di un totale di un gruppo di unità immobiliare ed uno di un altro gruppo con misurazioni espresse in unità di misura di calore? Il problema e le difficoltà le citava anche precedentemente lo Studio di progettazione e consulenza termotecnica Norassi&Giannatelli.

Come viene qui ad incidere il consumo della scatola termica anche qui per quella parte di negozi, che con un consumo “diretto” per loro determinato, pagano solo quello e non partecipano “proporzionalmente” a tutto il consumo della scatola del fabbricato, quindi cantine, tetto, muratura, pavimenti, ecc. che si riferisce in generale al concetto di “dispersione termica” del fabbricato?

I RIPARTITORI DEI CONSUMI E LE NORME UNI 834

In merito invece alla costruzione tecnica dei ripartitori di calore installati, per marca ed articolo o numero di serie, essi sono conformi alle orme UNI EN 834 e sempre più spesso leggiamo che non si utilizza quasi più la “scala dei prodotti(programmazione del ripartitore) (per ambientarlo nella operatività sullo specifico calorifero dove è installato in forma fissa, rispetto alle sue caratteristiche costruttive, dimensionali e di resa termica”, affinché poi sul display dello stesso renda “trasparentemente e sempre visibile delle unità di consumo significative per il condomino per una reale percezione del consumo o risparmio) avviene nella grande maggioranza dei condomini.

Essi diventano quindi delle apparecchiature “neutre” genericamente con “marchiate” al calorifero al quale sono fisicamente connesse in maniera “fissa” e amovibile (ma perché ?).

Anzi, (si dice) chi viene informato è facilmente da convincere che la scala unitaria (valore K indicato nella bolletta (prospetto di ripartizione unitario per il condomino) è di gran lunga più trasparente in confronto al ripartitore programmato.

Va comunque sottolineato che ogni ripartitore, sul suo display evidenzia in un ciclo il susseguirsi di più informazioni:

La ditta Qundis, uno dei produttori più noti dei ripartitori poi venduti marchiati con nomi diversi così scrive:

Nella visualizzazione del consumo attuale è importante notare che solamente in corrispondenza della scala di prodotto il valore effettivo dei consumi viene visualizzato in Kwh.

Un ripartitore dei costi di riscaldamento invece con una “sola” scala di unità, visualizza solamente un valore senza unità. Solo attraverso il calcolo di un’apposita formula si ottiene il valore di consumo.

LA DATA MEMORIZZATA SUL RIPARTITORE e visibile sul display nelle videate in sequenza

I display dei ripartitori però mostrano in sequenza all’utente dei diversi valori:

  • Il consumo corrente (rispetto da un azzeramento annuale)
  • Una data di inizio di “conta” annuale

Dai fatto, o si “programmano” e quindi si dice che l’esercizio di riscaldamento ha termine ad una data (esempio 30 aprile) e ha inizio ad altra data (per esempio primo ottobre), stabilendo quindi che il conteggio riparte da questa ultima data (che si legge in sequenza sul display= data di azzeramento valori precedenti) o non si programmano e quindi anche la data di azzeramento è di fabbrica settata al 01.01 di ogni anno.

Quindi anche la scala di unità mostra dei valori “ripartiti” nel conteggio da questa data “non impostata”.

Il che significa che l’esercizio “misurato è l’esercizio solare?

Come si contrappongono questi valori quindi nella ripartizione di un esercizio di bilancio infrannuale, in genere legati al periodo di riscaldamento 01/10 – 30/04 (esercizio condominiale fino al 30/09)?

C’è congruità di periodi di riferimento?

Non è dato in certezza normalmente di rilevarlo dalle famose tabelle di ripartizione dei consumi di riscaldamento a fine esercizio.

QUANDO SI CAMBIANO LE UNITA’ DI RISCALDAMENTO SI CAMBIANO ANCHE I RIPARTITORI?

Nelle tabelle di ripartizione del riscaldamento a fine esercizio, non si riportano i valori rilevati alla “disinstallazione” dei precedenti ripartitori, sostituiti da nuovi?

Non si indica la data di disinstallazione dei vecchi. I consumi relativi quindi dove sono stati conteggiati?

Spesso si sente dire o ci viene risposto che:

Il ripartitore non “sa” su quale radiatore è montato, e quindi, senza ulteriori accorgimenti, esso misurerà lo stesso consumo sia per un radiatore di dimensioni 400x600x10 sia per un altro di dimensioni diverse. Quindi dobbiamo determinare nel modo più preciso possibile anche la potenza termica dei diversi radiatori per “comunicare” ai rispettivi ripartitori come “pesare” le unità di consumo che stanno rilevando. Questo coefficiente è chiamato kq.  

E come se si volesse dire che i costruttori hanno previsto qualcosa di inutile.

Si legge spesso, “…anzi, chi viene informato.. è facilmente da convincere..” ed infine, che la loro società è in grado di offrire ciò che il condominio richiede, quindi anche la programmazione dei ripartitori, o l’informazione sul significato del parametro “fattore” “esterno alla programmazione stessa, che eventualmente si utilizza in alternativa della programmazione del ripartitore.

Questa scelta fa risparmiare all’installatore una programmazione del ripartitore, quindi costi, ma permette anche di non dare modo ad altri tecnici un indomani di intervenire, garantendosi quindi una certa “protezione”. Se il condominio volesse cambiare quindi il rapporto di rilevazione dei consumi di fine esercizio con altra società, questa non potrebbe leggere dai ripartitori i parametri tecnici definiti tecnicamente dalle norme UNI 834, con il loro preciso significato, dai ripartitori stessi.

Sempre a titolo di protezione del proprio mercato, la società incaricata alla ripartizione dei consumi di riscaldamento, seguendo questa impostazione,  mixa in un unico parametro “esterno” o moltiplicatore di unità rilevate dai ripartitori (non riferite al calorifero a all’ambiente) quindi asettiche, la “ricetta” non trasparente, non nota, non oggetto di alcuna informativa ai condomini, che avrebbe dovuto convincerli, come sopra riportato.

Manca quindi “trasparenza”, anzi si introduce una protezione, che fa riferimento ad una “convenienza”, non nota ai condomini e quindi dimostrazione di “equità”.

PERCENTUALE DI DIVISIONE COSTI FISSI DA COSTI VARIABILI NELLA RIPARTIZIONE A FINE ESERCZIO

Venendo ora al D.lgs. 102/2014 come modificato dal D.lgs. 141/2016, all’art. 9, comma 5 recita:

“… è possibile suddividere l’importo complessivo tra gli utenti finali attribuendo una quota di almeno il 70 per cento agli effettivi prelievi volontari di energia termica. In tal caso gli importi rimanenti possono essere ripartiti, a titolo esemplificativo e non esaustivo, secondo i millesimi, i metri quadri o i metri cubi utili, oppure secondo le potenze installate.”

Si cita quindi che per il rimante del 30% dei costi di riscaldamento, non riferita ai consumi volontari, si fa riferimento ad una ripartizione, per esempio per millesimi. (i famosi di riscaldamento come da tabelle redatte all’installazione dei ripartitori sui caloriferi e spesso mai aggiornate)

La norma è chiara, ma spesso meno chiara e trasparente è la tabella millesimale adottata dai condomini.

 “Beh, sì ma se ripatisco, p.es 30% scelto come parte fissa  in modo da penalizzare pesantemente solo singole u.i, avvantaggiando in modo significativo le u.i, che sono all’interno dell’edificio (che sono già avvantaggiate perché a loro serve “meno consumo” per riscaldarsi), incominciamo ad avere una ripartizione delle spese inaccettabile.

IN CONCLUSIONE

Di fatto quindi si deduce che le varie norma citate, riprese, modificate, spiegate da D.lgs. ed interpretazioni giuridiche, da norme UNI che regolano la costruzione in conformità delle apparecchiature o strumenti, le leggi provinciali, tutte si rifanno di fondo e chiaramente al principio “contabile, tecnico, matematico, metodologico della chiarezza, e della trasparenza e che è necessario sempre mettere in atto nel tempo che cambia nelle esigenze e nelle conformazioni delle unità immobiliari una verifica se le determinazioni “iniziali” tengano ancora nel tempo.

È qui la responsabilità, la guida, il metodo e la risposta ai dubbi di un condomino che dovrebbe indurre un amministratore alle puntuali verifiche, non tanto da parte della società incaricata dal condominio alla ripartizione dei consumi di riscaldamento, certamente professionale, ma anche commerciale e quindi certamente di parte, non affermando che “tutti fanno così”, non insistendo nell’opposizione ai solleciti dei proprietari condòmini del condominio.

È un senso di professionalità e di riflessa giustizia sociale, alla quale si fa riferimento come aspettativa dell’esito di questo giudizio, perché si evidenzia che ad oggi la spesa maggior in un condominio è la voce del riscaldamento e che per alcuni condomini il peso sul bilancio familiare può essere molto elevato.  Da qui l’aspetto sociale al quale l’autore del presente articolo tiene molto.

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