IL DIRITTO PENALE CONDOMINIALE – di Carmelo Minnella

I reati consumati all’interno del condominio.
Il condominio diventa spesso luogo fisico nel quale, da semplici dissidi e contrasti, si entra nell’area del penalmente rilevante quando vengano lesi o messi in pericolo beni giuridici tutelati da specifiche fattispecie incriminatrici.

Si può trattare di condotte istantanee, come nel caso di minacce e ingiurie, se la convivenza tra condomini scatena un conflitto verbale nel quale si proferiscono espressioni minacciose od offensive della reputazione[1], salvo che le stesse siano scriminate dalla presenza di una causa di giustificazione[2].

Anche l’amministratore di condominio è spesso vittima di condotte ingiuriose o diffamatorie dei condomini profferite o nel corso dell’assemblea o in scritti affissi nelle aree condominiali o indirizzati direttamente all’amministratore[3].

Tuttavia anche l’amministratore di condominio può incorrere nel delitto di diffamazione nei confronti dei condomini nella sua attività di gestione condominiale. A quest’ultimo riguardo, la Suprema Corte ha confermato la sussistenza del reato di diffamazione, previsto dall’articolo 595 c.p., nel comportamento tenuto da un amministratore che affigge nell’atrio del condominio un avviso di imminente distacco della fornitura idrica della società di acquedotto municipale a seguito della presunta persistenza del debito di alcuni condomini espressamente indicati, e ritiene che detta condotta non possa dirsi discriminata ai sensi dell’art. 51 c.p.[4].

Talvolta le molestie condominiali possono inquadrarsi nel paradigma normativo dell’art. 674 c.p. che punisce il getto pericoloso di cose, atte a offendere o imbrattare o molestare persone. Di recente, in proposito, la Suprema Corte ha confermato la sentenza di condanna reato di cui agli artt. 81 cpv e 674 c.p. per avere l’agente arrecato molestie ad una condomina in quanto, abitante nello stesso stabile, aveva gettato nel piano sottostante ove si trovava l’appartamento di quest’ultima, rifiuti, quali cenere e cicche di sigarette, nonché detersivi corrosivi, quale candeggina[5].

Molestie e stalking condominiale
Talvolta viene contestato ai condomini il reato contravvenzionale continuato di molestie continuate ex artt. 81 e 660 c.p., per petulanza, in danno dei vicini. Per citare uno dei casi portati dinanzi ai giudici di legittimità una coppia di coniugi, a causa di precedenti dissapori con il sottostante titolare di un panificio avevano posto in essere atti di disturbo e molestia alle normali attività del negozio, versando grandi quantità di acqua dal piano soprastante proprio davanti all’entrata del panificio, spesso proprio quando giungevano clienti. Inoltre avevano costretto il negoziante a subire altre molestie, quali il getto di foglie, rami e altri materiali di scarto sempre dal piano superiore occupato dalla famiglia degli imputati, in prossimità dell’entrata del panificio, così da diminuirne l’immagine, il decoro e l’igiene. La Suprema Corte ha confermato la sentenza di condanna per il delitto di cui all’art. 660 c.p. statuendo che la decisione impugnata «ha anche dato atto, in modo adeguato, dei tratti caratteristici della condotta petulante, evidenziandone la sussistenza nel caso in esame. Gli episodi di molestia sono stati plurimi, come riferito dalla persona offesa, sì che corretto appare il richiamo applicativo, in favore degli imputati, dell’istituto della continuazione»[6].

Stessa condanna per molestie continuate ai danni di un condomino che in più occasioni ha arrecato molestie ad altra coppia di coniugi, suoi vicini di casa, posizionandosi su di un terrazzo posto a brevissima distanza dall’appartamento abitato dai predetti, scrutando in continuazione all’interno di esso, che aveva cinque finestre prospicienti su detto terrazzo, in tal modo costringendo le parti offese a tirare i tendaggi ed ad accendere la luce anche in pieno giorno per proteggersi dalla sua intrusione; per avere altresì fatto gesti con la bocca e con le mani a titolo beffardo, in tal modo arrecando fastidio alle parti offese, da lui altresì apostrofate con frasi irridenti, sghignazzi e fischi, quando erano da lui incontrate sulle scale dell’edificio ovvero sulla pubblica via[7].

Stalking condominiale è la «terminologia con la quale si indicano le sistematiche vessazioni ed i soprusi subiti da un soggetto per opera di un condomino. Talvolta le attenzioni moleste sono rivolte nei confronti dell’amministratore, il quale polarizza le tensioni che si creano nell’ambito del “microcosmo” condominio»[8].

Spesso, atti definibili come persecutori sono posti in essere da vicini di casa, con un insieme di condotte che travalicano le semplici molestie, ma si connotano per un più profondo disegno persecutorio. Anche nello stalking condominiale le varie condotte persecutorie e moleste si succedono nel tempo, acutizzandosi in alcuni momenti (ad esempio alle reazioni legali e giudiziarie di alcuni), denunce per rumori molesti, minacce) oppure utilizzando (e abusando) delle azioni legali proprio per infastidire gli altri, dopo averne provocato le reazioni[9].

Le condotte persecutorie assumono le caratteristiche di quelle astrattamente previste dall’art. 612-bis c.p. dopo una prima serie di condotte qualificabili come mere azioni di molestia o disturbo, integranti la contravvenzione di cui all’art. 660 c.p. Il fatto che l’indagato abbia volontariamente proseguito nella propria sistematica azione di molestia e disturbo, nonostante le numerose lamentele dei condomini e nonostante l’arrivo in almeno due occasioni dei Carabinieri, chiamati dai vicini di casa, in piena notte, perché estenuati dai disturbi e dalle molestie, dimostra che le condotte in questione costituiscono il frutto di un disegno complessivo perseguito dall’indagato, volto ad impedire qualsiasi reazione e ad imporre il proprio “stile” di vita. Per chi tenta di opporsi, infatti, scatta la reazione minacciosa, diretta a questo o quel condomino, a volte a tutti indistintamente, comunque sempre con urla tali da farsi ben sentire da tutti: l’indagato minaccia espressamente di morte i vicini di casa e prospetta loro che “li farà morire”, esternando, con assoluta sfrontatezza, il proprio programma criminoso, volto a intimidire e creare un clima di ansia e di paura, all’interno dell’edificio, nelle persone che vi abitano.[10].

Ancora, Reiterati atti di molestia, commessi in danno del fratello, realizzatisi insozzando quasi quotidianamente l’abitazione ed il cortile di proprietà di quest’ultimo gettandovi rifiuti di ogni genere, cagionandogli in tal modo un perdurante e grave stato d’ansia e il fondato pericolo per l’incolumità, al punto che la persona offesa si trasferiva altrove per alcuni periodi e rinunciava a coltivare presso la propria abitazione relazioni con i terzi, rientrano nel paradigma normativo del delitto di atti persecutori ex art. 612-bis c.p.[11].


[1] Per un caso specifico, cfr., Cass. pen., sez. V, 27 settembre-22 dicembre 2011, n. 48072, in http://www.penale.it/page.asp?IDPag=1010, con nota di A. Gasparre. Nel caso di specie una donna si è recata al piano superiore del condominio dove abitava, per protestare la sua richiesta di silenzio con la vicina: nel farlo, scampanellava ripetutamente alla porta alzando la voce e rappresentando che il bambino di otto mesi non riusciva a dormire per il baccano. La vicina rispondeva pronunciando epiteti quale “vaffanculo”, “non mi rompere i coglioni”, “non mi rompere il cazzo”. Secondo i giudici, investiti del ricorso dell’imputata contro le sentenze di primo e di secondo grado che l’avevano vista condannare per il reato di ingiuria (art. 594 c.p.) – e soccombere conseguentemente davanti alla vicina che invocava il silenzio, costituita parte civile – non può dubitarsi circa la portata offensiva delle frasi pronunciate. Secondo i giudici della Quinta Sezione, gli epiteti non erano solo «indice di cattiva educazione e di uno sfogo dovuto ad una pretesa invadenza dell’offeso, ma anche del disprezzo che si nutre nei confronti dell’interlocutore; inoltre, le frasi debbono essere contestualizzate al fine di denunciarne la portata lesiva o meno. In tale caso, trattandosi di un ambito conflittuale tra vicini, le frasi avevano certamente contenuto offensivo».

[2] In una ipotesi di acceso scontro verbale tra vicini nel quale oggetto della discordia è stato il fatto che il terrazzo dei vicini sia in pessime condizioni, anche a causa del fatto che è adibito a ‘cuccia’ di un cane, abbandonato a sé stesso. A provare a fare da ‘paciere’ interviene il fratello della persona ‘censurata’ per la gestione del terrazzo, ma ne ottiene, come spesso succede, solo parole offensive dalla persona che si è lamentata per odori e visuale. E proprio quest’ultima – una donna –, viene condannata – prima dal Giudice di pace, poi in Tribunale –, per il delitto di ingiuria. Invece, Cass. pen., sez. V, 28 settembre 2012-15 marzo 2013, n. 12308, in http://www.dirittoegiustizia.it/ (15 marzo 2013), ribaltando la decisione dei giudici di merito, ha annullato con rinvio la sentenza di condanna (del giudice di merito di primo grado e confermata da quello di seconde cure) per ingiuria affinché sottoponga a rinnovato esame la questione inerente alla dedotta applicabilità dell’invocata esimente della provocazione invocata dall’imputata. Infatti, il Tribunale ha ritenuto inapplicabile la suddetta causa di giustificazione «sul rilievo per cui i motivi di contrasto – inerenti, secondo la difesa dell’imputata, alle condizioni antiigieniche in cui veniva tenuto il terrazzo antistante l’abitazione della F. (imputata), per la costante presenza di un cane ivi lasciato in stato di abbandono – non riguardavano la persona di V.P. (persona offesa), ma i di lui fratelli. La motivazione così adottata non tiene conto del principio, ripetutamente enunciato da questa Corte Suprema, a tenore del quale l’esimente di cui all’art. 599, comma 2, c.p. si rende applicabile anche quando la reazione dell’agente sia diretta nei confronti di persona diversa dal provocatore, ogni volta in cui quest’ultimo sia legato all’offeso, da rapporti tali da rendere plausibile la reazione nei suoi confronti (Sez. 5, n. 43087 del 24/10/2007, Militello, Rv. 238502; Sez. 1, n. 35607 del 09/10/2002, Como, Rv. 222322; Sez. 5, n. 13162 del 04/02/2002, Pagliani, Rv. 221253). La decisione assunta dal Tribunale di Napoli sarebbe, dunque, giuridicamente corretta soltanto se quel giudice avesse ritenuto infondato, in linea di fatto, l’assunto difensivo secondo cui V.P. era stato coinvolto, per il pregresso suo intervento quale intermediario, nella discussione in atto fra la F. e G.P. (fratello della persona offesa); ma l’argomento risulta pretermesso nella sentenza, che risulta perciò affetta da carenza motivazionale su un punto di decisivo rilievo».

[3] In un recente caso pratico, alcuni condomini di uno stabile erano stati condannati per aver diffamato l’amministratore: in particolare, essi avrebbero leso la sua reputazione scrivendogli una lettera, poi divulgata a tutti i condomini, con la quale chiedevano la convocazione di un’assemblea straordinaria e accusavano l’amministratore, tra l’altro, di aver illegittimamente soppresso una servitù e di aver tenuto un comportamento irresponsabile causando disagi a tutti i condomini e facendosi i propri comodi. I giudici di appello hanno rigettato l’eccezione di tardività basandosi sul fatto che la ricezione della missiva da parte dell’amministratore il 4 dicembre 2004 non sarebbe stata sufficiente ad integrare la conoscenza da parte dello stesso del fatto – reato commesso, dal momento che nella lettera egli non era menzionato quale destinatario delle espressioni offensive: tale consapevolezza, infatti, sarebbe stata raggiunta solo successivamente e cioè nel corso dell’assemblea del 22 dicembre 2004. Ma per Cass. pen., sez. V, 21 gennaio-15 marzo 2013, n. 12318,  in http://www.dirittoegiustizia.it/(18 marzo 2013), la motivazione dell’impugnata sentenza è del tutto illogica, specie per quanto riguarda l’affermata impossibilità per l’amministratore di avere, prima della citata assemblea, elementi certi dai quali dedurre di essere il destinatario delle espressioni offensive: a tal proposito la stessa Corte territoriale afferma che nella lettera si faceva riferimento a una situazione datata nel tempo, risalente alla delibera del 21 aprile 2004 e pertanto già oggetto di accese discussioni. La contestazione della manomissione della servitù di scolo, infatti, era stata oggetto di più assemblee condominiali tenute nel corso del 2004, ma i cattivi rapporti tra condomini e offeso in ordine alla soppressione di tale servitù non sono stati oggetto di approfondimento in sede di istruttoria, nonostante le ripetute richieste difensive: per questi motivi la Cassazione annulla la sentenza impugnata e quella di primo grado per mancanza della condizione di procedibilità.

[4] Cass. pen., sez. V, 12 dicembre 2012-29 gennaio 2013, n. 4364, in http://www.altalex.com/index.php?idnot=61332, con nota di P. Corsini, Amministratore affigge i nomi dei condomini morosi? E’ diffamazione.La Suprema Corte chiarisce che la disposizione di cui all’articolo 51 c.p. («esercizio di un diritto o adempimento di un dovere»), non può ritenersi applicabile al caso considerato, in quanto non vi sarebbe stata alcuna necessità di «scongiurare un evento altrimenti non evitabile» con le modalità adottate dall’amministratore, poiché «se davvero la prospettiva dell’amministratore fosse stata quella dell’informazione celere rispetto all’imminente interruzione del servizio, attraverso modalità comunicative potenzialmente percepibili da terzi estranei al condominio, egli avrebbe dovuto calibrare il contenuto dell’informazione a tale esigenza, evitando di menzionare anche l’identità dei condomini morosi».

[5] Cass. pen.,sez. III, 7 febbraio–11 aprile 2013, n. 16459, in http://www.dirittoegiustizia.it/ (12 aprile 2013)

[6] Cass. pen., sez. I, 14 febbraio–14 marzo 2013, n. 11998, in http://www.dirittoegiustizia.it/ (14 marzo 2013).

[7] Cass. pen., sez. I, 8 marzo-15 aprile 2011, n. 15450, in http://www.dirittonet.it/. La sentenza ha ritenuto infondato anche il motivo del condannato ricorrente il quale ha sostenuto che, essendo la terrazza dalla quale egli avrebbe posto in essere il comportamento penalmente sanzionato di proprietà esclusiva dei condomini proprietari degli appartamenti siti al primo ed al secondo piano dello stabile, mancava uno degli elementi indispensabili per aversi reato in esame e cioè che le molestie fossero state poste in essere in un luogo pubblico o aperto al pubblico: «al riguardo la sentenza impugnata, con motivazione incensurabile nella presente sede, siccome conforme ai canoni della logica e della non contraddizione, ha specificato come la terrazza in questione si trovasse al piano ammezzato fra il primo piano, dove era ubicato l’appartamento delle odierne parti offese ed il secondo piano, dove era ubicato l’appartamento del ricorrente e che ad essa si accedeva attraverso un’apertura del comune vano scale condominiale, sicché la terrazza in questione ben poteva qualificarsi come luogo aperto alla generalità dei condomini».

[8] Ianni, “Ubi tu ibi ego”: il reato di atti persecutori nei suoi aspetti fenomenici e profili giuridici, in http://wwwiussit.eu.

[9] A. Gasparre, Appunti in tema di stalking condominiale e ammonimento, in http://www.personaedanno.it(4 febbraio 2013), la quale aggiunge: «Pacifico è che i fatti integranti il reato di stalking possano configurarsi anche nel contesto condominiale, modulandosi come effetti esasperati ed esasperanti di difficili rapporti di vicinato (si veda il caso di chi si è reso responsabile di appostamenti in vari luoghi dell’immobile abitato, reiterando ingiurie e minacce, fino a generare uno stato di ansia e di paura nella vittima, così da costringerla a mutare le proprie abitudini di vita TAR Lombardia Milano, sez. III, sent. 29/07/2011 n. 2019, per arrivare al noto caso della Strage di Erba – ma la cronaca purtroppo è colma di meno famosi casi finiti in dramma – che affondava le proprie radici proprio in un patologico rapporto di vicinato, fatto di striscianti prevaricazioni, frustrazioni, dissidi)».

[10] G.I.P. Tribunale Padove, 15 febbraio 2013, n. 1222, in Il Corriere del Merito, 2013, 651 s.

[11] Cass. pen., sez. V, 26 settembre 2013, n. 39933, in Riv. pen., 2014, 64.